Sylvia Plath, immensa e splendida rosa perpetua, intrappolata nei suoi trentuno anni, protetta e soffocata al contempo dalla sua limpida campana di vetro.

La sua Esther si sente al muro, intorno un’estenuante caccia alle streghe e dentro un canto azzurro di sirene. La campana di vetro, unico (autobiografico) romanzo di Sylvia esce nel 1963 sotto lo pseudonimo di Victoria Lucas, meno di un mese dopo la poetessa, dopo aver preparato la colazione e sigillato in camera i bambini, mette la testa nel forno e si toglie la vita.

La sua poesia è potentissima, inequivocabile rigor mortis e calda primavera di rinascita.

Da Ariel (pubblicato postumo), 1961: “I tulipani sono troppo eccitabili, qui è inverno. Guarda com’è tutto bianco, tutto quieto e innevato. Sto imparando la pace, da me quietamente posando come posa la luce su questi muri bianchi, questo letto, queste mani. Io non sono nessuno; non c’entro con le esplosioni. [ …]. Ho gettato cose a mare, io cargo di trent’anni testardamente attaccata al mio nome e indirizzo. Hanno passato una spugna sui miei affetti. Impaurita e nuda sulla verde barella plasticata ho guardato la mia teiera, i miei portapanni, i miei libri sparire affondando e l’acqua si è chiusa sul mio capo. [ …]. Io non volevo fiori, volevo solamente giacere a palme riverse ed essere tutta vuota. Come si è liberi, liberi da non credersi. La pace è così grande che abbaglia, e non chiede nulla, un’etichetta col nome, pochi aggeggi. […]. I tulipani sono troppo rossi, mi fanno male. Anche sotto la carta li sentivo respirare lievi [ …]. La loro rossezza parla alla mia ferita, gli risponde. E sono infidi: sembrano galleggiare, benché mi tirano giù, sconvolgendomi con le loro lingue imprevedute e il colore, dozzina di rossi piombi intorno al mio collo. […]. I vividi tulipani divorano il mio ossigeno. Prima del loro arrivo l’aria era calma abbastanza, andava e veniva, respiro su respiro, senza trambusto. Poi loro l’hanno riempita come un gran chiasso. Adesso l’aria si rompe e vortica quale un fiume si rompe e vortica su una macchina affondata rossa di ruggine. Concentrano la mia attenzione che era prima felice di giocare e riposare senza impegnarsi. Le pareti, anche loro, sembrano riscaldarsi. I tulipani dovrebbero stare in gabbia come bestie feroci; sì aprono come la bocca di un grande felino africano e io mi accorgo del mio cuore che apre e chiude la sua ampolla di rossi bocci per puro amore di me. L’acqua che assaggio è calda e salata, come il mare, e viene da un paese lontanissimo come la salute”.

Come difendere il bianco candore dal rosso tulipano? Una poetica trasgressiva e audace, di grande intensità, nata tra le pieghe di disturbi mentali capaci di tirar fuori talenti straordinari, innegabilmente non per tutti.

Eleonora Nucciarelli

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