Preoccupati dei vivi è la storia di Omero, ex partigiano scampato fortuitamente a un agguato mortale che coglie i suoi compagni di lotta del Distaccamento “Aldo” per mano delle Brigate nere a Rolo in un piccolo comune della Bassa Reggiana a pochi giorni dalla Liberazione.

Questo romanzo traendo spunto dalla storia una formazione partigiana che ha realmente operato nella Bassa Reggiana e nel modenese sviluppa attraverso i ripensamenti del protagonista Omero elementi di riflessione su due piani storici completamente diversi: quello della Resistenza e dell’immediato dopoguerra e quello degli anni ’70.

Attraverso questo personaggio si narrano innanzitutto i suoi conflitti interiori dovuti in primo luogo nell’essere l’unico sopravvissuto della sua formazione che fu annientata a 10 giorni dalla Liberazione. Questo porta il protagonista a sentirsi addosso la maledizione dei sopravvissuti, quella di dover trovare una spiegazione in primo luogo a sé stessi, e rispondere “perché io sono sopravvissuto e non altri” e della ricerca continua, assillante anche a distanza di anni, di chi abbia fatto la spia o di chi abbia tradito. Ma è anche un viaggio nella memoria del Paese, nella memoria tra generazioni e forse sarebbe giusto dire nell’oblio, nella dimenticanza.

Omero invece pensa spesso ai compagni di “Brigata”, per riflettere su cosa voglia dire essere rivoluzionari, se la propria vita testimoni la coerenza con quei valori di radicalità, degli ideali rivoluzionari del comandante e amico Nicola (nome di battaglia Jim), in contrapposizione a un’Italia che spesso si dimentica facilmente dei suoi morti, dei suoi patrioti, constatando amaramente di come molti fascisti anziché essere esautorati dagli impieghi pubblici siano reinseriti nelle Prefetture, nei comandi dei Carabinieri, mentre i partigiani sono emarginati, licenziati dalle fabbriche. Insomma i fascisti sono tornati saldamente al potere come se nulla fosse accaduto come se non ci fossero colpe da espiare.

A questo conflitto interiore, si aggiunge quello generazionale tra padri e figli, dove non pochi ragazzi negli anni ’70 pensavano che combattere nella lotta armata significava non tradire quanto fatto dai partigiani. E da qui il problema della memoria che spesso cade nell’oblio o peggio ancora è travisata.

È il problema della memoria che ridiviene attuale nel momento in cui il rapporto con il figlio Nicola (chiamato così in ricordo del compagno partigiano) sembra perpetuare in lui quell’anelito verso la rivoluzione che porta spesso Omero a domandarsi se stia facendo la cosa giusta, se stia rispettando in qualche modo la volontà dei suoi compagni di lotta che ora non ci sono più. Tutto questo lo porta a riflettere sul rapporto con il figlio Nicola, contraddistinto da incomunicabilità e forse egli stesso oggetto di disprezzo perché ormai è diventato agli occhi del figlio anche lui un padrone e quindi ha tradito i valori della Resistenza, della Rivoluzione.

È una testimonianza di quanto sia duro trasmettere ciò che si è stati, specie in periodi di una guerra così drammatica, lacerante dove cercare di mantenere fede ai propri ideali e ai propri compagni non è semplice, proprio quando la cosa più semplice non è raccontare la storia, ma vivere, vivere fatti che solo dopo, talvolta casualmente, diventano Storia.

Recensione di Cesare Tiberi

“Preoccupatevi dei vivi”, di Andrea Moretti

Prefazione a cura di Agostino “Cesare” Nasi – Comandante del Distaccamento “Aldo”, 1° Battaglione, 77ª Brigata SAP;

Gingko edizioni; Pagg. IV-144; 2009- Euro 11,50;

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