Quante volte abbiamo ascoltato questa frase “se l’è andata a cercare”, quasi sempre riferita a una donna. Quante volte questa frase ferisce e umilia più degli eventi ai quali si riferisce.

Te la sei andata a cercare! Sì, me la sono andata a cercare. Sappiamo come funziona: se una giornalista torna in una bara da un paese in guerra, sicuramente sarà stata uccisa perché aveva fatto uno scoop, se invece dopo essere stata rapita torna a casa viva, beh, allora se l’era andata a cercare. Questo non succede per i giornalisti maschi. La differenza? Semplice: il giornalismo in luoghi difficili è ancora considerato, anche da apprezzati colleghi, un mestiere per uomini”.

Questa la premessa con cui Giuliana Sgrena apre il suo ultimo libro “Me la sono andata a cercare. Diari di una reporter di guerra”, edito da Laterza. E in queste poche righe è racchiuso il senso di questo interessante volume: ancora discriminazioni, ancora una visione patriarcale della società, del lavoro, dei ruoli. Anche in contesti cosiddetti intellettuali che dovrebbero invece esprimere una visione più aperta e progressista della società.

Giuliana Sgrena per quasi trent’anni è stata una inviata speciale in moltissimi paesi teatro di conflitti: dall’Algeria alla Somalia, dall’Iraq alla Siria, dall’Eritrea all’Afghanistan.

In questo volume la giornalista ricostruisce e ripercorre la sua carriera, portando chi legge a scoprire le dinamiche di un lavoro tanto interessante quanto pericoloso, nel quale si mescolano coraggio, incoscienza, passione, volontà di ricercare notizie e informazioni sempre verificate.

Scopriamo così la terribile situazione delle donne algerine che negli anni Novanta erano considerate «bottino di guerra»: “Molte le giovani portate nel maquis per soddisfare gli appetiti sessuali dei combattenti; e se restavano incinte, dopo il parto il neonato veniva ucciso davanti ai loro occhi”.

Il viaggio della Sgrena continua nella Somalia dilaniata da guerre intestine. Sul piano strettamente personale la giornalista vive la tragica uccisione di Ilaria Alpi, amica prima ancora che collega, e riporta nel testo una serie di elementi a supporto di una tesi scomoda sulle responsabilità e soprattutto sulle ragioni di quel drammatico assassinio.

Il Pakistan alla vigilia dell’intervento americano contro l’Afghanistan come rappresaglia contro gli attentati dell’11 settembre, e ancora il paese dei taleban, cacciati dagli “esportatori di democrazia” e poi lasciati tornare più forti di prima, con in mezzo una occupazione durata venti anni e praticamente servita a nulla.

Non poteva mancare in questa ricostruzione della propria carriera di reporter di guerra, il racconto dell’esperienza personale che ha cambiato per sempre la vita di Giuliana Sgrena: il rapimento in Iraq, la liberazione con la contestuale uccisione di Nicola Calipari, il funzionario di polizia che aveva trattato la sua liberazione e che la stava accompagnando in aeroporto per tornare in Italia.

Ero sotto choc mentre aspettavo che mi venissero a prendere e anche quando Calipari mi aveva portato sulla Toyota e mi aveva fatto togliere il cotone che mi copriva gli occhi. Solo quando Carpani, l’agente che guidava la macchina, aveva detto che eravamo vicini all’aeroporto, stavo per realizzare di essere libera, ma quell’emozione si era subito interrotta. L’avevano interrotta gli spari degli americani che hanno ucciso Nicola Calipari”.

Io ne sono uscita viva, ma non chi mi ha salvata e protetta fino alla fine. Per me è cominciata un’altra vita, ho dovuto e devo fare i conti con lo stress post-traumatico, la sindrome della sopravvissuta, claustrofobia, depressione, ecc. Non ho mai potuto essere felice per la mia liberazione: il 4 marzo è l’anniversario della morte di Nicola Calipari. A sostenermi in quel mese di prigionia è stata la convinzione che se avevo rischiato era solo per affermare il mio modo di fare giornalismo, andando sul terreno per verificare le notizie. E dopo la mia liberazione ho continuato a farlo”.

Sono pagine molto intense, che trasudano l’angoscia e i tormenti che hanno accompagnato la vita della giornalista all’indomani della terribile esperienza del rapimento e della drammatica conclusione di quella vicenda con l’uccisione di Calipari. Ma nello stesso tempo la Sgrena ribadisce con forza e determinazione la sua caparbietà a svolgere quel mestiere con correttezza e indipendenza, anche se questo significa correre grossi rischi. C’è modo e modo di raccontare le notizie e i fatti. Quello della Sgrena è diametralmente opposto rispetto a quello dei giornalisti embedded che raccontano, potremmo dire, sotto dettatura.

E questo atteggiamento è ancor più encomiabile perché viene da una donna. Con ciò non vogliamo sottolineare la differenza di genere, ma è l’evidenza dei fatti che ci porta a dirlo. E le storie vissute in prima persona che ci racconta Giuliana Sgrena nella sua esperienza di reporter di guerra ce lo dimostrano: la fatica di una donna per affermarsi, o anche solo per dire “ci sono anche io”, è sempre più grande di quella degli uomini. Così come nelle vicende avverse, le donne se la sono sempre andata a cercare, e da vittime diventano colpevoli, artefici del nefasto destino compiuto però da mano altrui.

 

Articolo di Beatrice Tauro

 

 

Titolo: Me la sono andata a cercare. Diari di una reporter di guerra

Autrice: Giuliana Sgrena

Editore: Laterza, 2025

Pagine: 185

Prezzo: € 17,00

 

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