Nel 2008, all’indomani della sconfitta di Sinistra Arcobaleno, accreditata di un risultato a doppia cifra e finita miseramente al 3,1 e dunque fuori dal Parlamento, il Segretario del Partito dei Comunisti Italiani, Oliviero Diliberto, nella riunione della Segretaria convocata per l’analisi della sconfitta, ebbe parole di razionale pessimismo nei confronti del futuro della sinistra. “Ci aspetta una lunga traversata nel deserto” disse, riferendosi al fatto che non sarebbe stato facile tornare in Parlamento e che da quel momento saremmo stati esclusi da tv, giornali, radio, e anche dal web che alla fine di quel decennio si era già imposto in maniera importante.
Le responsabilità, già in quella fase e negli anni successivi, lo sappiamo tutti, sono anche state di una classe dirigente che non ha saputo indicare una strada, spesso attaccata a poltrone che dopo il 2008 sono diventati minuscoli strapuntini, più propensa alla scissione dell’atomo che non alla costruzione di un soggetto politico forte e autorevole. Gli elettori della sinistra si sono divisi in mille rivoli. Chi ha votato Pd, chi M5s, chi ha deciso che la sua carriera di elettore sarebbe finita lì. Insomma, anche le successive tornate elettorali furono un disastro. Lo fu Rivoluzione Civile di Ingroia, che metteva insieme sette sigle troppo eterogenee e poco credibili per poter essere votabili dall’esigente popolo della sinistra. Lo furono i successivi tentativi, a livello locale, con qualche rarissima eccezione, e alle politiche del 2018.
Insomma, tutte le proposte politiche per riportare la sinistra sociale nelle istituzioni negli ultimi 14 anni sono fallite. Con due eccezioni, la prima alle Europee del 2015 quando la Lista Tsipras superò di appena 8000 voti il quorum del 4% previsto per poter partecipare all’assegnazione dei seggi. Ma in quella circostanza la presenza di Sel che aveva deciso di staccarsi temporaneamente dal Pd fu decisiva, sia nell’eleggere voti sia subito dopo nel distruggere quel progetto.
Il secondo tentativo è stato quello compiuto da Luigi De Magistris. Ex magistrato (come Di Pietro e Ingroia, e questo non depone a suo favore), si candida alle elezioni Europee del 2010 nell’Italia dei Valori e conquista 600.000 preferenze, secondo più votato in Italia dopo Berlusconi, 100.000 in più del leader e capolista Di Pietro.
Un anno e mezzo dopo, candidandosi con quel che restava di Idv e e dei due principali partiti comunisti dell’epoca (Rifondazione e Comunisti Italiani), sbaragliò tutta la concorrenza e divenne sindaco di Napoli relegando non solo il centrodestra ma anche il Pd a ruoli meno che marginali all’opposizione. Cinque anni dopo, nel 2016, si confermò primo cittadino della terza città d’Italia, sempre in alternativa a centrodestra e centrosinistra. Nello scorso autunno si è presentato alle elezioni alle regionali in Calabria, ancora una volta solo contro tutti, in una delle regioni più a destra nel panorama politico italiano, e ha conquistato un più che significativo 17%, a memoria il miglior risultato nella storia della sinistra radicale dai tempi dello scioglimento del Pci. Insomma, De Magistris si è presentato per cinque volte a tornate elettorali. In tre ne è uscito da trionfatore (Europee del 2010 e doppia elezione a sindaco di Napoli), alle scorse regionali in Calabria ha ottenuto un risultato al di là di ogni aspettativa e ha fallito, ma da comprimario, solo le politiche del 2013 quando l’attenzione era tutta sulla coppia Ingroia-Di Pietro.


Ieri, in un albergo di Roma, ha presentato il nuovo progetto che porterà alle elezioni politiche di inizio 2023. SI chiama “Unione Popolare” e, per ora, prevede un’alleanza con Potere al Popolo e Rifondazione Comunista. La sala era piena ed entusiasta. Ma come segnale non vale granché, anche la presentazione di Ingroia al Capranichetta nel 2013, o l’evento del Brancaccio erano affollatissimi e ricchi di entusiasmo popolare. E la copertura mediatica, come accade ormai dal 2008, insignificante. Assenti tutte le televisioni, un vero articolo oggi solo sul Manifesto, un colonnino sul Fatto e poche righe in taglio basso su Avvenire. Il sito web di Repubblica ha relegato una manifestazione nazionale a Roma come l’evento di un ex sindaco che fa i capricci e ha pubblicato un articolo nella pagina di cronaca di Napoli.
Postilla: quel che deve interessarci è il ritorno in Parlamento della tutela dei diritti sociali, dei temi della dignità del lavoro, della pace, della scuola, dei beni comuni, della difesa e autodeterminazione dei popoli, tutti i popoli, anche quando ad invaderli sono i nostri alleati, dell’ambientalismo e della transizione ecologica non di facciata. Serve che queste idee, una volta in Parlamento, circolino anche sui giornali, in televisione, che culturalmente tornino ad avere dignità di notizia. Se c’è qualcuno che può farlo mettendoci la sua faccia e la sua storia ben venga. Tanto per capirci Napoli è stata l’unica grande città a mantenere pubblica la gestione dell’acqua, seguendo, isolata, l’esito del referendum e ha dato la cittadinanza onoraria a Ocalan, leader dei curdi che marcisce in galera da oltre un decennio, lo stesso popolo curdo svenduto da Svezia e Finlandia in cambio dell’ingresso nella Nato.
La lunga traversata nel deserto per ora continua. E nei prossimi mesi capiremo se si riuscirà a trovare un’oasi, se finalmente troveremo acqua e cibo o se stiamo continuando a seguire una strada sbagliata. Nel deserto è tutto così complicato…


Maus

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