Non siate mediocri in questa vita”.

L’aggettivo “maledetta” che Andrea Brughini ha scelto per definire la discesa, lunga il tempo di un racconto vivido e dettagliato che scorre rapido dentro ai meandri della sua vita, fa subito pensare all’opera Les poètes maudits del 1884 di Verlaine e ai poeti maledetti del decadentismo francese per antonomasia, come Baudelaire e Rimbaud, rinnegati, contrastati e scherniti dalla società del tempo in quanto messaggeri di un pensiero e di una poesia irriverente e anticonformista. Ho immaginato Andrea come un poeta della notte, di quella notte tanto additata, criticata, giudicata ma da cui quasi tutti noi abbiamo attinto, ci siamo abbeverati e nutriti per cibarci di sogni, speranze e brama di evasione.

Le note della canzone Gente della notte di Jovanotti rompono il ghiaccio e alzano il sipario che conduce in questo mondo variopinto e multicolore della nightlife e di tutti i suoi avventori, di quegli habitué che negli anni entravano in scena indossando la loro maschera migliore che ancor prima del lumeggiare dell’alba si trasformava in volto, a volte trasfigurato, altre irriconoscibile, irrimediabilmente segnato dall’incontro con l’eccesso.

Non mi è stato possibile recensire La mia maledetta vita mantenendo il giusto distacco perché quegli anni sono anche miei, fanno parte del mio bagaglio esperienziale che gelosamente conservo, così, prima di farlo, ho chiuso gli occhi per cercare di assaporare anche solo per un attimo quei momenti spensierati, quando ancora tutto sembrava possibile…

Ricordo tuttora la prima volta che ho varcato la soglia dell’Etoile 54: posso sentire ancora gli odori, l’emozione di trovare il mio nome in lista, calarmi nel fascino che esercitava in me quell’atmosfera capace di soggiogarmi. Di quegli anni ho dei ricordi a volte vividi, altre offuscati ma la sensazione che li accompagna è piacevole, rimanda al senso di libertà che quella fuga dalla realtà sprigionava, a quel pathos insito in ogni dove, a quella voglia di ballare, di abbracciarsi, di ridere e di evadere.

Ricordo le luci stroboscopiche, quell’effetto rallentatore dei movimenti delle persone che ballano, quel vedo-non vedo dato dal violento alternarsi di luce e buio, i flash psichedelici che incalzano e si uniformano al ritmo del pezzo, i colpi di cassa, il privé e il groove catartico della musica. Ricordo gli incontri e gli scontri, l’esasperazione dei gesti, la sensazione che superando quelle scale si potesse entrare in scena, lasciando fuori la persona e liberare il personaggio.

Ho trovato nel gesto di Andrea un grande coraggio, ho ammirato la sua capacità di mettersi a nudo, di togliersi i sassolini dalle scarpe e di assumersi la responsabilità dei giudizi che ne sarebbero scaturiti. Ho letto La mia maledetta vita pensando al messaggio d’amore celato, all’attenzione verso le proprie radici e al desiderio di onorarle, al progetto di ri-costruzione nonché all’intento di condividere con le persone un percorso sofferto ma comunque vissuto al massimo che ha portato a nuove consapevolezze, nuovi obiettivi e ad una lezione illuminante che, solo leggendo, scoprirete quale sia.

Mi piace immaginare che un giorno qualcuno possa trovare questa lucida testimonianza in una capsula del tempo e che, tentando di catapultarsi in questo mondo onirico, possa riuscire ad immedesimarsi nelle persone che l’hanno creato, vissuto e che hanno permesso a questo sogno underground di continuare ad essere realtà.

Eleonora Nucciarelli

La mia Maledetta Vita. Sex Drugs & Techno

di Andrea Brughini

Prefazione di Matteo Grandi

Ghostwriter Angela Giorgi

Pagine 418, 2021

25,00

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