Qualsiasi forza politica, a sostegno o all’opposizione di questo governo che non sarebbe dovuto mai nascere, dotata di un minimo di senso di responsabilità, avrebbe evitato di far saltare il banco in questo momento, alla vigilia di appuntamenti fondamentali come i 20  miliardi del Pnrr che devono arrivare nelle prossime settimane o come i palliativi per aiutare i ceti meno abbienti a gestire la crisi economica e l’aumento dei prezzi.

Invece questa classe dirigente arruffona, di dilettanti, di portatori di interessi propri, di lobbisti, ha deciso che Draghi dovesse cadere nel momento peggiore destinandoci a una campagna elettorale sotto l’ombrellone.

È ufficiale, si voterà il prossimo 25 settembre. Fino a quel momento Draghi e i suoi ministri potranno gestire esclusivamente gli affari correnti. Vuol dire che una serie di provvedimenti saranno preclusi fino alla nascita del prossimo esecutivo, presumibilmente non prima della seconda metà di ottobre.

Intendiamoci, che il governo Draghi vada a casa è un bene per il Paese, e saranno le urne a decidere se saremo sollevati per averlo cacciato o saremo addirittura costretti a rimpiangerlo, semplicemente questo doveva accadere tra qualche settimana.

Dicevamo che nessuna forza politica può essere esclusa dalla responsabilità di aver costretto Mattarella a sciogliere oggi le camere. Non lo è il M5s, che in preda a una crisi di nervi non ha votato la fiducia al governo per un articolo di un decreto, quello ormai famoso del termovalorizzatore di Roma. Non lo è stato il Pd che proprio sul termovalorizzatore ha fatto una campagna ideologica contro il suo principale (ex) alleato. Non lo sono stati Forza Italia e Lega che per il solo fatto di mettere in difficoltà Giuseppe Conte ed Enrico Letta hanno pensato che si potessero dettare condizioni a Draghi. Non è stata responsabile neanche Fratelli d’Italia che pur di monetizzare subito, ha contribuito alla caduta di Draghi con la promessa di posti sicuri ai suoi alleati nelle liste a settembre e nel governo che verrà.

Non lo sono stati neanche Renzi e Calenda che da mesi attaccano il M5s, con cui fino a ieri condividevano un patto di maggioranza. Non vedevano l’ora che Conte perdesse la testa.

Una forza politica seria avrebbe chiesto a Draghi di compiere gli ultimi adempimenti e di preparare le elezioni, magari mollando a settembre per votare a novembre.

Ha responsabilità anche Mario Draghi. Inserire in un provvedimento di origine governativa il termovalorizzatore di Roma, già non votato in Consiglio dei Ministri dai tre ministri del M5s, era un azzardo che soltanto un dilettante della politica non poteva non considerare. Sarebbe bastato stralciare quell’articolo e farne una proposta parlamentare. Se vogliono le Camere impiegano 15 giorni ad approvare una legge. Invece ha orchestrato un braccio di ferro con Conte, con cui i rapporti erano già pessimi, e si è politicamente suicidato. Il livore dei suoi interventi di questi giorni a Camera e Senato ha confermato la sua scarsa attitudine alla politica come confronto e mediazione. E poi, diciamo la verità, a Draghi non è andata giù la rielezione di Mattarella. Considerava Palazzo Chigi come il trampolino di lancio per il Quirinale ed è stato tradito proprio dalle forze politiche che componevano la sua maggioranza. Non ne sentiremo la mancanza.

Gli scenari futuri li conosciamo tutti. Il Centrodestra a trazione neofascista di Giorgia Meloni si è ricompattato ed è ampiamente favorito per un successo, addirittura clamoroso, a settembre. Il Campo Largo formato da Pd e M5s si è sciolto al caldo eccezionale di luglio. Il polo centrista è ininfluente e insignificante. Anche se dovesse allearsi con Letta, e al momento appare un’opzione più che probabile, dovrebbe essere del tutto ininfluente nel contrastare la vittoria alla destra.

Chiunque vinca queste elezioni continuerà a far danni. Continuerà con le sciagurate politiche iperliberiste da cui non riusciamo a liberarci, con il mantenimento dell’Italia nell’attuale posizionamento geopolitico. Cade così anche l’ipotesi di voto utile. Resta solo una speranza: una pattuglia folta di sinistra radicale, non allineata, che possa finalmente riportare all’attenzione del Parlamento e delle masse popolari, dopo oltre un decennio, temi sociali caduti nel dimenticatoio: beni comuni, scuola e sanità pubblica, dignità e sicurezza del lavoro, diritti collettivi, attuazione della Costituzione. I segnali per una buona riorganizzazione nella sinistra alternativa al Pd sono buoni, ma il tempo è pochissimo e tocca rimboccarsi le maniche subito, sapendo che tutto sarà contro: dalla polarizzazione dello scontro tra Pd e centrodestra all’ostilità dei media, dallo scarsissimo tempo a disposizione allo scetticismo degli elettori di sinistra, reduci da troppe delusioni e rifugiatisi in tanti, troppi, nell’astensionismo.

Maus

Di admin

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