Ci sono persone che non credono in nulla fin dalla nascita. Ciò non toglie che tali persone agiscano, facciano qualcosa della loro vita, si occupino di qualcosa, producano qualcosa. Altre persone invece hanno il vizio di credere: i doveri si concretizzano davanti al loro occhi in ideali da realizzare. Se un bel giorno costoro non credono più – magari piano piano, attraverso una serie successiva, logica o magari anche illogica, di disillusioni – ecco che riscoprono quel ‘nulla’ che per altri è stato sempre, invece, così naturale. La scoperta del ‘nulla’ per essi, però, è una novità che implica altre cose: implica cioè non solo il proseguire dell’azione, dell’intervento, dell’operosità (intesi ora non più come doveri ma come atti gratuiti), ma anche la sensazione esilarante che tutto ciò non sia che un gioco”.

Pier Paolo Pasolini, Petrolio – appunto 84

 

Pasolini, intellettuale del dissenso in aperta combutta con l’opinione pubblica si è contraddistinto, oltre che per la sua poesia, anche per l’impegno nella critica letteraria, nella regia (il primo film nel 1961) e nella narrativa. Il suo Petrolio (1992) pubblicato postumo, al quale stava lavorando fino alla tragica morte violenta durante gli anni della loggia massonica P2, dell’omicidio di Enrico Mattei e delle stragi italiane, è uno spaccato antropologico/sociologico e politico, condito da innumerevoli citazioni. Petrolio si sviluppa tutto attorno alla storia del protagonista che, scisso dalla realtà, fluttua sopra se stesso e si divide in due uomini dissociati l’uno dall’altro.

Scrive Pasolini, nell’appunto 19, consuntivo del periodo del ritorno a Torino di Carlo Valletti, il protagonista, appunto, il quale “ebbe rapporti sessuali completi – e per lo più ripetuti – con sua madre, con le sue quattro sorelle, con sua nonna, con un’amica di quest’ultima, con la cameriera di famiglia, con la figlia quattordicenne di costei, con due dozzine di ragazze della stessa età e anche più giovani, con una dozzina di signore dell’’entourage’ di sua madre. Inoltre ebbe rapporti esibizionistici (conclusi o no con una certa qual complicità, o con un rapporto sessuale incompleto, come, per es., una masturbazione) con almeno un centinaio di ragazze minorenni ed altrettante più grandi (ma comunque sotto i vent’anni); si era valso di una mezza dozzina di ruffiani, e si era praticamente masturbato – interrompendo all’infinito l’eiaculazione – ogni qual volta si fosse trovato solo, anche se in pubblico”. Il tema dell’incesto viene riferito con distacco, in modo grottesco, al limite del surrealismo, senza nessun evidente segno di turbamento: “Emma dice: «Ma cosa fai?», come una qualsiasi ragazza o puttana. Carlo le risponde (è il colmo): «stai zitta, mamma». Lei sta zitta e ricomincia con la sua cipria […] Carlo non si oppone, ma quando lei è in piedi, la prende sotto le ascelle e la spinge verso il letto […] dicendole «Vieni qui!». Emma dice: «Ma Carlo, Carlo», e benché sia forte come una vacca, per l’appunto, non riesce a liberarsi dalla stretta di quel piccolo Narciso trentacinquenne, secco come un adolescente. Carlo riesce a buttarla sul letto e a montarle sopra, dopo averle strappato le mutande”. La seconda descrizione è ancora più dettagliata, la madre Emma “come Bovary”, viene raggiunta da Carlo ad un party; il rapporto avviene nel bagno, in cui Carlo si intrufola dicendo: “«Taci, puttana» […] «dolce, bella puttana mia» e si conclude con la brutalità del gesto di Carlo che “voltò con violenza sua madre verso la tazza del cesso, le mise una mano sulla testa per obbligarla a inchinarsi, e, zittendola, fece lentamente l’operazione che in quel momento gli sembrava improrogabile: le alzò le sottane, e le tirò giù le mutandine, scoprendole il culo”. Anche la descrizione del rapporto incestuoso con la nonna “col suo bel vestito bianco di vecchia” ha dello stridente ed è narrato con lucidità meccanica, senza trasporto, dettato solo dall’urgenza della liberazione dallo stato di eccitamento perenne che affligge il protagonista.

Cosa lega le due Emma e i due Carlo, oltre alla distanza temporale? Forse potrebbe venirci in aiuto la dichiarazione di Flaubert: “Madame Bovary c’est moi” per analizzare il senso di colpa che poi si tramuta in tragico epilogo (Spoiler: Emma si suicida), di certo non potremo andare a cercare elementi nel non-romanzo di Pasolini il cui finale, probabilmente, non era ancora stato neppure immaginato.

Eleonora Nucciarelli

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