Ci sono libri che raccontano la storia in presa diretta, perché ne sono testimoni, perché la vivono e la fanno rivivere a chi legge. Anche a distanza di anni.

Uno di questi libri è sicuramente “I dieci giorni che sconvolsero il mondo” di John Reed un testo importante per gli storici (e non solo) in quanto rappresenta una fonte documentale di quell’evento epocale rappresentato dalla Rivoluzione d’Ottobre. E più che un libro è un reportage del giornalista e scrittore statunitense John Reed. Nel settembre del 1917 è a San Pietroburgo (Pietrogrado) dove sarà testimone della rivoluzione bolscevica dell’ottobre dello stesso anno. Il suo resoconto è una delle più diffuse e appassionanti cronache della Rivoluzione russa e  Lenin stesso ne raccomandò la sua lettura “senza riserve agli operai di tutto il mondo“.

Nella prefazione alla prima edizione americana, così l’autore presentava la sua testimonianza: 

«Questo libro è un brano di storia, di storia come io l’ho vissuta. [E’] una cronaca degli avvenimenti di cui sono stato testimone, ai quali ho assistito personalmente o che conosco da fonte sicura».

 

I dieci giorni che sconvolsero il mondo” non è un romanzo storico ma una «cronaca degli avvenimenti», un servizio giornalistico di un cronista scritto da chi è testimone e partecipe degli eventi; da un giornalista che utilizza sia gli strumenti e i modi della cronaca giornalistica, il cui scopo è l’informazione dei fatti, che quelli dell’intrattenimento letterario, finalizzato alla stesura di un racconto in grado di coinvolgere emotivamente il lettore e comunicare al grande pubblico.

Il merito di questa narrazione è quello di far conoscere gli avvenimenti storici, la Rivoluzione d’Ottobre dal di dentro, muovendosi dentro ai fatti” dando voce ai diversi soggetti sociali: dai commenti dei proprietari e dei capitalisti, ai discorsi dei leader bolscevichi, passando per le opinioni dei soldati che hanno preso parte alla rivoluzione, tutti trovano spazio nel racconto ricreando così anche in chi legge la percezione che si aveva degli eventi allora in corso.

E la prefazione si concludeva con un’ammissione e un impegno:

«Durante la lotta le mie simpatie non erano neutrali. Ma tracciando la storia di quelle grandi giornate ho voluto considerare gli avvenimenti come un cronista coscienzioso che si sforza di fissare la verità».

 

Un’ammissione (della sua adesione alla causa rivoluzionaria che lo porterà nel 1918 negli Usa alla guida del Communist Labor Party cui seguirà la militanza politica nel movimento comunista internazionale) e un impegno (per un’informazione rispettosa della realtà come dovere professionale di giornalista) che vanno tenuti entrambi presenti, se si vuole valutare correttamente  il racconto di Reed.

L’autore ci ricorda che chi racconta la storia non può essere obiettivo, ma esplicitare il proprio punto di vista e per chi si parteggia è una dimostrazione di onestà e di lealtà verso chi legge e solo in questo modo si può cercare di essere “oggettivi” e per questo il parteggiare per uno dei contendenti non fa venir meno il valore documentale del reportage.

In questa prospettiva, il reportage di John Reed rappresenta una fonte documentale insostituibile per comprendere gli eventi rivoluzionari dell’ottobre 1917, e che, a parere dello storico George F. Kennan, «si eleva al di sopra di ogni altro racconto contemporaneo per la sua forza letteraria, profondità di analisi e padronanza dei dettagli [e che, per questo, sarà] ricordato quando tutti gli altri verranno dimenticati».

 

I dieci giorni che sconvolsero il mondo”
(John Reed, 1919)

 

Di admin

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