La nuova legge elettorale approvata dal centrodestra rischia, secondo i sondaggi di queste ultime settimane, di favorire il centrosinistra e potrebbe addirittura portarlo alla vittoria. Eppure il centrodestra l’ha ideata e votata, ricorrendo persino alla fiducia e al voto segreto, mentre il centrosinistra si è opposto perfino con proteste e cartelli nell’Aula della Camera giovedì scorso, giorno in cui è arrivato il sì definitivo. Ma siamo di fronte al solito teatrino, al solito ennesimo paradosso, al solito sberleffo autoritario di una casta che pensa solo a riprodurre se stessa, sempre più distante dai lavoratori, dalle periferie, dai bisogni delle persone.
La destra le proverà tutte per tornare a votare con il rosatellum e il campo largo farà carte false per andare al più presto alle urne con la nuova legge, ma nessuno di loro può dirlo. Non possono dire di aver cambiato idea sulle base delle convenienze del momento.
Ma andiamo con ordine.
Nonostante la raccomandazione della Commissione di Venezia del 2002, organo consultivo dell’Unione Europea, che ha chiesto di modificare le leggi elettorali all’inizio e non alla fine di una legislatura, la maggioranza, sotto l’impulso del governo, ha voluto la riforma in questo scorcio finale, a meno di un anno dalle elezioni politiche.
Come successo anche in passato (porcellum e rosatellum), la maggioranza aspetta la fine della legislatura per disegnare sui sondaggi del momento il sistema elettorale migliore per trarre il massimo profitto dalle urne. Sia porcellum che rosatellum, la legge elettorale con cui siamo andati a votare nel 2022, hanno portato sfortuna ai propri autori, per cui chi ha cambiato le regole del gioco a fine legislatura poi ha perso. A Giorgia Meloni è andata ancora peggio perché i problemi sono sorti addirittura prima del ricorso alle urne.
Quando è stata scritta la legge elettorale il fenomeno Vannacci non era ancora esploso e il centrodestra aveva costruito la legge dall’alto di 4 o 5 punti di vantaggio sul campo largo che, peraltro, navigava (e naviga) ancora in brutte acque in tema di costruzione delle alleanze e del programma.
Anzi, il generale faceva parte della squadra della Lega, addirittura con il ruolo di vicesegretario, e aveva portato alle Europee un bottino di oltre mezzo milione di preferenze. Così era venuta fuori l’idea di un proporzionale puro con un premio di maggioranza per la coalizione che avesse superato il 42% che avrebbe potuto portare a casa il 55% dei seggi, un regalo abnorme e antidemocratico, come lo era quelllo dell’Italicum di Renzi, tanto per dire che sia da una parte che dall’altra quando si tratta di maneggiare la democrazia a proprio vantaggio nessuno si fa scrupoli.
Oggi le cose stanno in maniera diversa. Vannacci ha fondato un partito fuori dal centrodestra e i sondaggi lo danno costantemente intorno al 7-8%, la Lega ha dimezzato i suoi sostenitori e non riesce a sfondare la soglia del 5% e anche Fratelli d’Italia e Forza Italia non hanno più il vento in poppa come qualche mese fa. Tengono ma hanno perso qualcosa.
Dall’altra parte i sondaggi dei partiti del centrosinistra sono costanti. Vannacci, come prevedibile, ha eroso solo a destra. Oggi, insomma, il centrosinistra è in vantaggio, è al di sopra della soglia per il premio. La maggioranza che sostiene il governo invece arranca, a 3-4 punti di distanza.
Le posizioni, quindi, si sono ribaltate. Il governo fino a qualche mese fa pensava di votare addirittura ad aprile per approfittare del vantaggio. Avrebbero voluto anche prima ma devono aspettare che passino i quattro anni e mezzo di legislatura, data segnata sul calendario da tutti i parlamentari di prima legislatura: in quel mese scatta il diritto alla pensione dei parlamentari. Improvvisamente i big della destra hanno cominciato a pensare e a dichiarare che invece si va fino in fondo: si vota a ottobre. I leader del centrosinistra invece, chiedono di andare alle urne il più presto possibile. Perché?
È solo un gioco delle parti. Per un anno maggioranza e minoranza hanno rispettivamente difeso e attaccato il nuovo sistema. Ora la destra non può dire “abbiamo sbagliato, meglio il rosatellum”, così come a sinistra nessuno può dichiarare “abbiamo osteggiato la riforma come incostituzionale ma adesso ci conviene”.
Come si esce da questo empasse? Con quale legge si andrà a votare e quando? Quale sarà il finale della trama di questa commedia degli equivoci?
A destra sanno bene che questa norma presenta almeno 5 o 6 profili di probabile incostituzionalità e nella prima lettura al Senato ne hanno aggiunto un altro, un numero abnorme di firme da raccogliere per tutte le forze politiche non presenti con un gruppo in Parlamento. La speranza (molto concreta) è che la Corte Costituzionale, che ha bisogno di almeno sette o otto mesi di tempo per emettere il suo parere vincolante, bocci la riforma e che non ci sia più tempo per aggiustarla in Parlamento. In questo modo si tornerebbe a votare con il rosatellum. Vannacci, infatti, nonostante la buona percentuale di cui è accreditato, eleggerebbe molti parlamentari in meno non avendo possibilità di conquistare alcun seggio nella quota uninominale (il 37% dei parlamentari viene eletto così). A quel punto centrodestra e campo largo se la giocano e, secondo le stime dei sondaggi attuali, il primo avrebbe un sia pur lieve vantaggio.
Dall’altra parte Schlein, Conte e compagnia sperano che la Corte possa intervenire esclusivamente con una sentenza “autoapplicativa”, che cioè aggiusta da sola la norma senza il bisogno di passare per il Parlamento. Ad esempio, la Consulta potrebbe dichiarare incostituzionale la raccolta di firme per le nuove formazioni. La cancellazione di questo articolo della riforma potrebbe non prevedere un passaggio alle Camere per una nuova formulazione perché entrerebbe in vigore quella del rosatellum. Se invece la Corte dichiarasse incostituzionale anche altre parti della nuova legge elettorale, ad esempio stabilisse che il premio di maggioranza al Senato non può essere su base nazionale ma regionale, o che il meccanismo delle quote rosa è sballato, si renderebbe necessario un ritorno alle Camere per la modifica.
A quel punto la destra, che ha la maggioranza, può decidere, sulla base dei sondaggi di quel momento, di effettuare la revisione della legge e andare a votare con il nuovo sistema elettorale o di lasciarla cadere e recarsi alle urne con il rosatellum.
Al netto del paradosso che chi ha fatto la riforma non la vuole più e chi l’ha osteggiata la vuole, il pallino resta ancora a maggioranza e governo che potrebbero decidere, a un paio di mesi dalla scadenza naturale della legislatura, con quale sistema gli conviene votare. Certo, cambiare alcune regole del gioco a due mesi dall’apertura delle urne non sarebbe un alto momento di democrazia, sarebbe come cambiare alcune regole fondamentali del calcio a campionato in corso. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella lo sa e chissà se avrà la forza e il coraggio di opporsi all’ennesimo scempio della democrazia.
Articolo di Maus