“Oriente e Occidente si sono storicamente compenetrati, interconnessi, influenzati a vicenda e oggi, in seguito alle grandi mobilità di persone, merci, culture, religioni, capitali, è ancor più vero. Tracciare linee di demarcazioni nette è impossibile e rappresenta un tradimento della storia e del nostro presente. Forse un neologismo quale <<Occiriente>> può aiutarci a restituire questa realtà, mentre proviamo a ricucire il mondo”.
“Né Oriente né Occidente. Vivere in un mondo nuovo”, pubblicato da Il Mulino, è l’ultimo saggio di Renata Pepicelli, docente di Islamologia e Storie del mondo arabo contemporaneo presso l’Università di Pisa. Un lavoro che, pur preservando il rigore della ricerca scientifica, utilizza un linguaggio divulgativo, necessario per raggiungere un più ampio pubblico di lettrici e lettori. Un tentativo perfettamente riuscito, in quanto il volume si legge con scorrevolezza, pur con il composito corredo di note, ma soprattutto entra in una quotidianità di cui spesso non si ha consapevolezza. Ne è un esempio il capitolo IV, intitolato “Il mondo nuovo” nel quale l’autrice, partendo da due esempi concreti e di sicuro impatto sull’immaginario collettivo, analizza la trasformazione già in atto nel nostro paese rispetto al fenomeno migratorio: “Nel 2024, le Olimpiadi di Parigi così come il palcoscenico nazional-popolare italiano per eccellenza, quello del Festival di Sanremo, hanno mostrato discendenti delle migrazioni essere pienamente espressione di questa trasformazione, che, iniziata da diversi anni, ora è manifesta e si prende spazi e parole non solo nei margini, ma anche nei centri del paese”.
Per poter spiegare e comprendere il mondo nuovo nel quale viviamo e nel quale Oriente e Occidente si mescolano e si compenetrano, il volume si apre con un excursus sulla presenza dell’Islam in Europa e in Italia, una presenza che affonda le proprie radici nei secoli passati e di cui ancora oggi si hanno rilevanti tracce, non solo nelle architetture arabeggianti per esempio in Sicilia, ma anche nelle quotidiane espressioni di vita popolare, pensiamo ai mercati/kasbe del nostro mezzogiorno, a quartieri come la Kalsa di Palermo.
Allora l’interrogativo principale è: cosa è Oriente? cosa è Occidente? Nel 1978 Edward Said, come ci ricorda l’autrice, “affermava che la nozione di Oriente non fa riferimento a un’entità geografica o culturale specifica (…) ma è piuttosto una sorta di prisma analitico attraverso cui l’Occidente ha costruito la propria immagine”. Attraverso tale prisma l’Occidente ha costruito la propria superiorità rispetto all’Oriente, perpetuando una visione che è stata vieppiù rafforzata dallo sguardo coloniale che ha tolto ogni neutralità ai concetti geografici di Oriente e Occidente: due concetti che quindi risultano impregnati di convenzioni, stereotipi, pregiudizi. Gli stessi che si perpetuano da secoli e che anche oggi vediamo prepotentemente alla ribalta della narrazione politica strumentale del fenomeno migratorio.
Questa narrazione viziata da pregiudizi e stereotipi è particolarmente vera in riferimento al tema femminile, alla visione della donna orientale. L’autrice dedica a questo interessante argomento un intero capitolo, intitolato “Terre e donne di conquista” e per aiutare lettrici e lettori a comprendere meglio la pesante corazza di pregiudizi che è stata costruita su questo tema, dopo aver descritto da un punto di vista storico gli harem (che tanta fantasia hanno suscitato e continuano a suscitare nell’immaginario collettivo maschilista occidentale), ci porta gli esempi di due donne che hanno dedicato il loro lavoro di studiose a comprendere e spiegare il mondo orientale, arabo e islamico: Fatima Mernissi e Leda Rafanelli. La sociologa marocchina Mernissi ha impresso al proprio lavoro una visione femminista che senza perdere di vista la matrice patriarcale delle società orientali, ne ha ribaltato la restituzione narrativa rispetto a quella stereotipata imperante in Occidente.
Leda Rafanelli, anarchica e anticonformista, nei primi anni del Novecento si convertì all’Islam e nei suoi lavori pose sempre al centro la condizione delle donne, facendo emergere come nella visione occidentale, le donne, pur essendo sorelle (“Erano sorelle: donna d’Occidente e donna d’Oriente”) venivano rappresentate con immagini profondamente distanti e contrapposte.
Il volume analizza poi il tema della paura dell’Occidente rispetto all’Islam, sempre più inteso come nemico che, per il tramite dei fenomeni migratori, “invade” l’Occidente cristiano, gettando i semi di una islamizzazione che vive e si fomenta solo nelle menti di chi non riconosce la trasformazione già in atto in Europa così come in Italia.
Quello che abitiamo, per dirla con le parole di Renata Pepicelli, è un mondo nuovo e quindi “è necessario provare ad analizzare e a decostruire queste narrazioni univoche, allargando lo sguardo, facendo spazio a una pluralità di voci capaci di offrire un quadro completo e plurale in cui collocare la relazione tra Oriente e Occidente, Islam e Occidente, e poter così osservare il mondo nuovo in cui abitiamo”.
Un libro necessario per comprendere con sguardo oggettivo le trasformazioni che interessano la società e il tempo nel quale viviamo, per osservare con spirito libero da pregiudizi e stereotipi il mondo che ci circonda, nel quale siamo immersi nella nostra quotidianità. Un libro necessario per non farci soggiogare da una narrazione tossica che vede nell’altro un nemico, sempre e comunque, soprattutto se proveniente dalla sponda sud del Mediterraneo.
Recensione di Beatrice Tauro
Titolo: Né Oriente né Occidente. Vivere in un mondo nuovo
Autrice: Renata Pepicelli
Edizioni; Il Mulino, 2025
Pagine: 180
Prezzo: € 16,00