Il 3 ottobre la Cgil ha indetto uno sciopero generale in Italia per protestare contro il genocidio in Palestina, a sostegno dell’operazione umanitaria della Flotilla. Interrogata sui precedenti casi nel mondo di sciopero generale per motivi diversi dalle logiche sindacali, un sito di intelligenza artificiale, deepseek, ha risposto in questo modo: 

Mentre la causa palestinese e la protesta contro le azioni di Israele hanno mobilitato sindacati e lavoratori in tutto il mondo, queste si sono tradotte in azioni settoriali, blocchi mirati e proteste simboliche, non in scioperi generali nazionali. Pertanto, lo sciopero del 3 ottobre 2025 da lei segnalato, se reale, sarebbe un precedente storico di portata internazionale, posizionando l’Italia all’avanguardia di una nuova forma di attivismo sindacale globale”.

Possiamo parlare di nuova frontiera del sindacalismo? Probabilmente sì se l’impegno del principale sindacato italiano continuerà in questa direzione, se avrà ancora voglia e coscienza di tradurre in mobilitazione la protesta su temi che non toccano in via prioritaria i problemi e le contraddizioni del mondo del lavoro.

Alla protesta del 3 ottobre scorso si sono aggiunti studenti, centri sociali, associazioni, ong, ma anche semplici cittadini, che hanno contribuito in tutte le piazze alla riuscita delle manifestazioni, con una partecipazione che in Italia non si vedeva da tempo. Sappiamo bene che le motivazioni alla base della tregua in Palestina ha motivazioni diverse, ma non c’è dubbio che la pressione e il peso di una protesta mondiale che si allargava ogni giorno di più ha contribuito a creare un fortissimo movimento di opinione in Occidente contro il genocidio del popolo palestinese.

Negli anni 60 e 70 era consuetudine che i diversi settori sociali si alleassero per obiettivi comuni. Una prassi che allargava le lotte di quei tempi in nome di una solidarietà di classe che col passare degli anni ha finito per estinguersi. Anzi, nell’immaginario collettivo si è fatta strada una tendenza opposta. La segmentazione delle proteste ha fatto sì che i vari settori sociali dovessero occuparsi esclusivamente del proprio obiettivo: il sindacato del lavoro, gli ambientalisti dell’ambiente, gli studenti di scuola e università, le associazioni del proprio scopo sociale. Se un operaio portava la propria solidarietà a un’università occupata, è successo al sottoscritto durante il movimento della Pantera nel ‘90, veniva guardato con aria stupita. 

Oggi, finalmente, assistiamo a un’alleanza solidaristica dei vari settori della società civile a difesa di un popolo vittima di un genocidio e vessato da decenni da un regime di apartheid. Un evento così forte da rompere l’isolamento in cui ci eravamo cacciati, ognuno a difesa del proprio orticello e delle proprie battaglie di retroguardia. Serve invece una nuova visione di insieme, un’unità di intenti per rompere le catene che ci siamo autoimposti. Serve una forma di conflitto sociale che sembra nuova e che invece era stata la chiave per le trasformazioni sociali di alcuni decenni fa. E allora, dopo il 3 ottobre, parafrasando il Nanni Moretti della bella stagione dei Girotondi del 2002, “non perdiamoci di vista”.

Maus



        
        

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